Donne che sono storie, non numeri, anche se dai numeri è necessario partire.
L’Istat ci informa che il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni – pari a 6 milioni 788 mila persone –
ha subìto, nel corso della propria vita, una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% ha
subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% le forme più gravi, come lo stupro e il
tentato stupro.
Si tratta di un fenomeno che non riusciamo ad arrestare e che le cronache continuano purtroppo a
testimoniare. Ma noi, che rappresentiamo con orgoglio le Istituzioni, abbiamo il dovere di costruire
un cambiamento radicale. La strada è lunga, difficile, tortuosa, ma certamente percorribile.
Non possiamo ignorare gli oltre 3.500 minorenni rimasti orfani a causa dei femminicidi.
Non sono numeri: sono ragazze e ragazzi ai quali è stato strappato un pezzo di serenità, a cui è stato
negato un presente equilibrato, giovani che dovranno ricostruirsi nella mancanza della madre,
lontano da sguardi giudicanti e pietistici.
Abbiamo, dunque, una grande responsabilità: come donne delle Istituzioni, dobbiamo sì elencare i
dati, ma pensare alle persone. E soprattutto dobbiamo sostenere quelle donne che non dispongono
degli strumenti necessari persino per riconoscere di essere vittime di violenza, inclusa quella
psicologica o economica.
Dobbiamo essere tutte e tutti delle vere sentinelle sociali.
Le leggi esistono e consentono di intervenire con competenza ed efficacia. Persiste, tuttavia, un
problema culturale.
Diciamolo chiaramente: si esce dalla spirale della violenza solo attraverso la denuncia.
Dobbiamo isolare la violenza in ogni sua forma: dalla battuta sessista all’accettazione della
svalutazione dei successi e delle capacità di una donna, anche sul luogo di lavoro.
È fondamentale educare gli uomini, fin dall’infanzia. Gli uomini devono intraprendere un percorso
di consapevolezza e partecipazione; devono diventare protagonisti del cambiamento. Solo insieme –
istituzioni, associazioni e società civile – possiamo costruire una nuova coscienza collettiva.
So quanto sia difficile, ma alle donne che ancora oggi sono vittime di violenza voglio rivolgere un
appello accorato: non siete sole. Denunciare è il primo passo verso la guarigione della vostra vita.
Significa spezzare le catene, riconquistare la libertà, riappropriarsi delle proprie emozioni. Essere
libere di esprimersi e di decidere per sé.
Alle colleghe, e a tutte le donne che guardano con interesse all’impegno politico ma non sanno
come avvicinarsi, rivolgo un invito alla determinazione e al coraggio. Insieme possiamo mettere in
campo tutte le azioni necessarie per migliorare la qualità della vita delle donne nella nostra società.




